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La pena occidentale oggi

Per David Garland, docente di sociologia giuridica a New York "La pena, anche se amministrata umanamente e in modo efficace, contiene in se un paradosso e una contraddizione morale, quando difende la libertà negandola, e quando condanna la violenza privata usando quella pubblica legalmente autorizzata."

La funzione primaria e imprescindibile che la pena ha da sempre ricoperto è quella di legittimare e rafforzare l'ordine costituito. Questa considerazione che spesso tende ad essere sottaciuta può sembrare scontata, ma tuttavia merita un approfondimento perché è proprio grazie alla pena, o meglio al diritto penale in generale che la società si costruisce. Il diritto penale è il fattore che pi ù condiziona la mente degli assoggettati, cioè tutti (o quasi). Importanti storici e sociologi marxisti come Hay, sostengono che il diritto penale inglese del '700 era lo strumento utilizzato dalla classe egemone per affermare il proprio dominio sulle classi subalterne, Ma è soprattutto Foucault a vedere la pena e tutto ciò che gli ruota intorno come una strategia di dominio e di controllo sociale studiata a tavolino dai potenti per assoggettare i più deboli.

Secondo il mio punto di vista, anche se oggi la divisione in classi risulta più sfumata, resta la divisione razziale e la divisione morale.
Riguardo al fattore razziale, recente è la legge Bossi-Fini sull'immigrazione: questa norma liberticida crea dal nulla un reato. Da un giorno all'altro l'immigrazione diventa reato e il clandestino un pericoloso criminale. Tale normativa, sommata alle pratiche dei centri di permanenza temporanei, rende precaria la vita di milioni di persone sulla base di considerazioni razziali, o "etniche" per usare un termine più politicamente corretto. Il clandestino che commette un reato in Italia prima sconta la pena nel nostro territorio, e poi viene rimpatriato nel suo paese di origine. L'immigrato clandestino è perciò un precario sia in carcere che in un CPT.
Riguardo al fattore morale assistiamo invece alla criminalizzazione di molti comportamenti non violenti, come può essere lo spaccio o il consumo di sostanze stupefacenti. Questi soggetti, che obbiettivamente sono dei poveracci, vengono incapacitati e neutralizzati in nome di una morale dominante totale e totalizzante. Anzi spesso accade che anche i malati di mente finiscano in cella.
Il risultato di queste politiche è un sovraffollamento inumano e degradante, ed inoltre si dissolve la tanto famosa funzione rieducativa e di reinserimento che da quando è scritta nella costituzione riempie le bocche degli operatori penitenziari. Siamo tutti d'accordo nel sostenere che la pena debba avere una funzione rieducativa, ma come si può sostenere che sia proprio il carcere a realizzare questa funzione? In realtà è difficile ritenere che la stessa istituzione che "contiene" i criminali possa anche rieducarli. Un individuo che è stato rifiutato dalla società ed internato non accetterà mai una rieducazione da parte della stessa società ed un reinserimento nella stessa.
E poi come si può rieducare una persona che non conosce la lingua dell'educatore? E soprattutto come si può rieducare se è l'educatore per primo che ha bisogno di essere educato?
Tuttavia la funzione rieducativa sfuma anche per tutti i detenuti non definitivi, cioè per tutti quelli che aspettano il giudizio del grado successivo, perché rieducare costa e quindi si cercano tutti i modi utili per risparmiare anche sull'educazione.

Per me la pena detentiva dev'essere l'extrema ratio e non come avviene ora il sistema ordinario di punizione e rieducazione dei "deviati".

Pubblicato il 11/3/2008 alle 9.25 nella rubrica Diario.

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